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title: "Finanziare le imprese, finanziare i loro asset: due approcci diversi"
description: La disruption determinata dal conflitto in Iran, con la sostanziale chiusura al traffico commerciale dello Stretto di Hormuz, ha effetti diretti e indiretti sulla quasi totalità dei settori economici e, anche se c’è chi ne trae un vantaggio, è probabile che il saldo complessivo degli impatti sia negativo.
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# Finanziare le imprese, finanziare i loro asset: due approcci diversi

 luglio 27, 2026

 

Finanziare le imprese significa parecchie cose diverse: fornire liquidità corrente aggiuntiva, finanziare investimenti, supportare il working capital. Ognuna di queste operazioni può essere effettuata attraverso un ventaglio di tecnicalità specifiche, ma uno spartiacque fondamentale è quello che divide le operazioni che incrementano il debito netto, e sono quindi basate sulla valutazione della capacità di rimborso dell’impresa, e quelle che hanno come sottostante asset e/o flussi di cassa predeterminati e prescindono – in misura più o meno marcata – da questa capacità di rimborso.

La distinzione è meno ovvia di quanto sembri a prima vista ed è fondamentale per interpretare correttamente la realtà operativa.

Non è una distinzione ovvia, perché la separazione logica non riflette una separazione operativa: molte operazioni teoricamente di asset based lending (factoring, stock financing, inventory finance) sono in realtà basate su una valutazione del rischio di default del cliente e della sua capacità di rimborso, nonostante siano strutturate come finanziamenti ABL.

Questa (lunga) premessa metodologica è importante per inquadrare l’ennesimo ritorno periodico di attenzione sulle operazioni di finanziamento del magazzino. L’art. 8, legge n. 34/2026 ha esteso le regole previgenti in materia di separazione di asset cartolarizzati anche a merci fisiche giacenti in magazzino, rendendo così possibile la strutturazione di operazioni di finanziamento o cartolarizzazione, con sottostante costituito da attivi fisici. La novella legislativa ha (ri)suscitato il fervore retorico-politico: diventa finalmente possibile utilizzare anche il magazzino per facilitare il finanziamento delle mitiche PMI italiane! Film già visto qualche anno fa con l’istituzione dello strumento del pegno non possessorio, che avrebbe dovuto, anch’esso, rendere possibile lo smobilizzo di questi asset fisici, a beneficio del finanziamento delle solite PMI.

L’obiettivo di questo articolo è chiarire cosa significa operare un finanziamento realmente asset based e quali siano i suoi presupposti e le sue conseguenze sul bilancio dell’impresa, a prescindere dalle innovazioni legislative di tempo in tempo emergenti, che possono incidere sugli strumenti utilizzati, ma non toccano la sostanza delle operazioni né la configurazione dei rischi sottostanti. In questo contesto ci limiteremo a discutere di attivi fisici, senza affrontare il tema degli attivi immateriali (marchi, brevetti, ecc.), anch’essi potenzialmente oggetto di operazioni di finanziamento.

Finanziare un’impresa vuol dire fornirle risorse finanziarie aggiuntive, a fronte di un piano di restituzione. Finanziare un asset vuol dire erogare un finanziamento la cui dimensione è correlata al valore dell’asset (che tiene conto del rischio di riduzione di valore, della possibilità effettiva di alienarlo liberamente sul mercato, della possibilità di separarlo effettivamente dal patrimonio dell’azienda cliente). Nel primo caso, l’azienda iscrive un debito al passivo e incrementa la cassa all’attivo. Nel secondo caso, abbiamo due opzioni alternative di rappresentazione, derivanti dalla struttura prescelta per realizzare l’operazione e dal tipo di asset sottostante.

| **Opzioni** | **Risultato** |
| --- | --- |
| Finanziamento garantito dall’asset | L’azienda iscrive il debito al passivo e incrementa la cassa all’attivo. La garanzia è registrata nei conti d’ordine. Il creditore ottiene il controllo sull’asset attraverso la costituzione di una garanzia reale. Questo controllo potrebbe essere messo in questione in caso di insolvenza del cliente, con attrazione di attivo e passivo in una logica concordataria o liquidatoria. |
| Deconsolidamento dell’asset | L’azienda trasferisce la proprietà dell’asset, di solito ad una SPV, e ottiene il pagamento del corrispettivo. La SPV paga l’azienda accedendo ad un finanziamento dimensionato sulla qualità dell’asset, la sua realizzabilità sul mercato, ecc. In questo caso, il rischio del finanziatore è focalizzato sulla SPV (tecnicamente “scatola vuota”) e non sull’azienda cliente, e quindi sui flussi di cassa generati dalla vendita degli asset ai clienti finali. |

 

La scelta tra le due soluzioni è in gran parte condizionata dalla natura dell’asset. Se parliamo di attivi fisici in un contesto manufacturing, per esempio, possiamo trovarci davanti a magazzini di materie prime, semilavorati o prodotti finiti. Le materie prime potrebbero avere un mercato aperto, alternativo all’utilizzo nei processi produttivi dell’azienda cliente, e costituire quindi un asset effettivamente separabile dalla sfera del cliente, anche se nella maggior parte dei casi lui stesso sarà la principale fonte di rimborso. Gli stock di semilavorati, invece, sono tendenzialmente privi di autonomia e difficilmente separabili dal cliente, in quanto destinati ad alimentare i suoi processi di produzione. Da ultimo, gli stock di prodotto finito sono quelli più facilmente utilizzabili per montare operazioni di finanziamento deconsolidanti, in relazione alla specifica natura dei singoli asset.

La differenza tra le due classi di operazioni è importante sia sotto il profilo dei criteri di valutazione, sia sotto il profilo degli effetti pratici per l’azienda cliente. Le sintetizziamo nella tabella seguente.

| **Tipologia di operazione** | **Criteri di valutazione** | **Effetti per il cliente** |
| --- | --- | --- |
| Finanziamento garantito dall’asset | Se il cliente resta la fonte primaria di rimborso, la dimensione del credito disponibile resterà legata alla sua capacità di rimborso, mentre l’asset sarà valutato solo come collateral. | L’operazione aumenterà l’indebitamento complessivo dell’impresa, peggiorando i suoi ratios finanziari, pur generando liquidità operativa aggiuntiva. |
| Deconsolidamento dell’asset | Il principale driver di valutazione sarà costituito dalla natura e dalle caratteristiche intrinseche dell’asset, dal suo mercato potenziale, dalla sua separabilità rispetto al cliente. | L’operazione concretizza un’accelerazione del cash conversion cycle, senza generare indebitamento aggiuntivo. Dall’altra parte, essa può incidere sulla marginalità delle vendite e sul controllo dell’azienda sui propri mercati di sbocco. |

 

Quelle sopra enunciate sono le regole generali per qualsiasi operazione di finanziamento ABL, basate sulla natura dei rischi sottostanti e valide a prescindere dalle regole legali pro tempore vigenti, che disciplinano gli strumenti tecnici utilizzati per realizzarle.

**Finanziamenti ABL e PMI italiane**

La PMI italiane sono caratterizzate da una struttura patrimoniale mediamente più fragile rispetto alle altre omologhe europee, con poste di capitale circolante solitamente più importanti, una conseguente maggiore vulnerabilità nei profili di liquidità ed una dipendenza da fonti finanziarie a breve termine.

Da questo punto di vista, si capisce bene l’enfasi che accompagna qualsiasi iniziativa suscettibile di migliorarne la capacità di monetizzare gli attivi di bilancio, costituiti prevalentemente dalle poste di credito verso clienti e magazzino.

L’enfasi è giustificata, ma le aspettative devono misurarsi sui contesti concreti, che dipendono anche dalla qualità dei processi operativi e amministrativi delle aziende e dei loro reporting contabili.

Se vogliamo che le poste attive siano finanziabili, occorre innanzitutto che esse siano rilevate e misurate con precisione, che la loro movimentazione sia rilevata anch’essa con precisione e tempestività, che siano disponibili informazioni sempre aggiornate e granulari su flussi e consistenze. Al di fuori di questi presupposti, non è semplicemente possibile neanche iniziare a parlare di finanziamento asset based, ma ci si deve limitare ad attingere al credito derivante dalla capacità di rimborso dell’azienda.

Un magazzino che viene “trattato” come una posta di quadratura del bilancio non è eligibile per il finanziamento.

Questo è un limite sostanziale rispetto all’enfasi che accompagna qualsiasi iniziativa legislativa, pur meritoria.

Nella realtà operativa, gli strumenti legislativi di volta in volta pubblicizzati come “soluzione per le PMI” sono destinati ad essere utilizzati dalle grandi aziende che non hanno problemi di merito creditizio, ma che possono utilizzarli per strutturare soluzioni che non incrementino il loro indebitamento.

Quindi non c’è speranza per le PMI? Diciamo che in questo caso il problema non sono gli strumenti di finanziamento, ma la cultura aziendale, che deve evolvere dal paradigma dell’iniziativa imprenditoriale basata sul genio produttivo o commerciale per includere una dose importante di consapevolezza degli strumenti di misurazione e di processo, per capire l’importanza di una struttura contabile e finanziaria affidabile e autonoma (non il ragioniere che fa quello che gli dice il padrone, ma un officer responsabile della corretta misurazione dei fenomeni e della pianificazione finanziaria), che possa rappresentare l’ulteriore gamba necessaria a garantire la stabilità dell’impresa e la sua sostenibilità nel tempo.

Il problema culturale delle imprese incrocia, purtroppo, anche i limiti attuali dell’offerta di credito alle imprese, paralizzata da una modesta propensione al rischio e dalla incapacità di differenziare l’approccio tra operazioni di credito all’impresa e operazioni asset based. In ambedue i casi, il primo filtro è il rating di controparte, per di più applicato con logica semaforica e non come driver di modulazione del pricing.

I limiti dell’offerta derivano da molti fattori. Ne elenco alcuni, senza alcuna pretesa di completezza, né di originalità.

I processi di concentrazione bancaria hanno generato banche più grandi, forse più efficienti, ma dotate di una governance dei rischi (di credito, di compliance, ecc.) tendenzialmente piatta. L’integrazione di componenti di attività specializzate ha quasi sempre comportato la perdita di differenziazione operativa e, alla fine, di competenza e di autonomia, a beneficio di processi deliberativi e di controllo sempre più centralizzati e standardizzati.

La responsabilità di questa evoluzione dalla peculiare situazione del sistema bancario, che congiunge un modesto livello di esposizione ai rischi di competizione, con una elevata dipendenza dalle politiche della vigilanza bancaria. La competizione è bassa perché il mercato è protetto e tutti gli attori hanno come driver operativo primario la compliance rispetto ai requisiti prudenziali e a tutti i numerosi e sempre più granulari strati di normativa di settore.

Che questo sia un problema, lo riconosce persino la Commissione Europea nella sua recente comunicazione *Competitiveness of the Banking Sector and the Single Market in Banking *(17.7.2026), in cui delinea un programma di interventi per migliorare la competitività, a beneficio del finanziamento delle imprese europee.

 

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