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Dove va il commercio mondiale: Tra globalizzazione e protezionismo

Scritto da Polaris Blog Author | Jan 30, 2026, 7:30:00 AM

Da qualche anno celebriamo i riti funebri per la #globalizzazione, salvo poi guardare i dati e scoprire, per esempio, che il commercio internazionale continua a crescere: nel 2025 dovrebbe aver superato per la prima volta la soglia dei 35 trilioni di USD. E allora, forse, non è la dimensione globale dell’economia che scompare, ma solo uno dei modelli possibili della #globalizzazione che sta cambiando pelle. Il driver originario del fenomeno, ridurre i costi di produzione dei beni, delocalizzando verso i paesi in via di sviluppo, viene progressivamente meno per effetto della riduzione dei divari di reddito e di costi di produzione tra paesi sviluppati e in via di sviluppo. Questo vuol dire che stiamo superando la divisione internazionale del lavoro tra paesi produttori e consumatori? Non in un arco temporale breve. Il neoprotezionismo non è in grado di far rinascere da zero interi settori produttivi e, d’altra parte, finanza, servizi e in particolare servizi digitali sono ancora settori in cui i paesi sviluppati godono di un vantaggio competitivo e bilanciano la dinamica delle ragioni di scambio, crescendo in maniera molto più veloce delle altre componenti.

Vediamo allora alcuni dei fenomeni che caratterizzano l’evoluzione in corso, attraverso la lettura di alcuni dei dati pubblicati dall’UNCTAD.

Anche il 2026 si apre con previsioni di crescita mondiale modeste (+2,6% complessivo), con attese di performances sotto la media per Europa (+1,4%) e USA (+1,5%) ed una Cina al +4,6% (rispetto a un +5% del 2025). Cina e Sud Globale continuano ad essere i vettori della crescita effettiva.

 

L’incertezza geopolitica pesa in maniera determinante sulle previsioni, costrette a basarsi su scenari altamente volatili.
C’è però un fenomeno che pare ormai consolidato, ed è la dislocazione dei flussi di scambi di merci rispetto alla tradizionale direttrice paesi in via di sviluppo -> paesi avanzati. Diventano infatti sempre più importanti i flussi verso i paesi in via di sviluppo.


 
In altre parole, la crescita degli scambi Sud-Sud è di gran lunga il vettore principale dello sviluppo di scambi di merci e il grafico successivo mostra come sono cresciuti i flussi export dei paesi in via di sviluppo per regione di destinazione, negli ultimi trenta anni.
 



Stiamo parlando degli effetti della #globalizzazione nella creazione di nuovi mercati di sbocco per le merci prodotte nei paesi in via di sviluppo. Ma questi mercati di sbocco offrono anche delle opportunità per le residue capacità industriali dei paesi avanzati, in un contesto in cui la competizione qualitativa resta un elemento distintivo. Per non parlare delle opportunità create dallo sviluppo di nuovi mercati di consumo, determinate dalla crescita dei redditi locali.
Il protezionismo, le politiche tariffarie, le regole di conformità possono, nel breve periodo, distorcere i flussi di scambio, ma impoveriscono i mercati che cercano di proteggere e possono solo prolungare l’agonia di settori e aziende che si rifiutano di accettare la competizione.

Quali conseguenze per le filiere? Dal punto di vista dell’approvvigionamento barriere tariffarie, doganali e regolamentari imprevedibili e volatili sono un incubo che riduce la capacità di investimento delle imprese e ne paralizza la capacità strategica. D’altra parte, lo stimolo a individuare nuovi mercati, anche tenendo conto di relative prospettive di stabilità, è un vettore decisivo di sopravvivenza. In questo contesto, la flessibilità nel disegno delle #supplychain, la possibilità di diversificare le fonti di approvvigionamento, la capacità di mantenere e consolidare le relazioni con i fornitori, uscendo da logiche di ottimizzazione di brevissimo periodo, la conoscenza e l’uso di strumenti di finanziamento che garantiscano liquidità ai flussi all’interno della filiera, sono tutti fattori di stabilità, idonei a supportare la sostenibilità dell’impresa.