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Strumenti di Supply Chain Finance, principi contabili internazionali e soluzioni nuove

febbraio 27, 2025


Le vicende geopolitiche degli ultimi anni hanno riportato all’attenzione pubblica i temi della gestione delle catene di fornitura e delle loro vulnerabilità e, indirettamente, anche i temi legati ai meccanismi di finanziamento dei traffici commerciali che transitano attraverso le supply chain. Ciò che caratterizza le transazioni commerciali che intervengono all’interno di una supply chain è la relativa stabilità e “necessità” delle relazioni commerciali strutturate che si instaurano all’interno dell’ecosistema della supply chain e, più specificamente, quella sorta di interesse collettivo dei partecipanti al buon esito commerciale ed economico del prodotto finale, sia esso un bene, un impianto o un servizio. 

Questa relativa coesione fa sì che anche i temi legati al finanziamento dei cicli di approvvigionamento, produzione e distribuzione suggeriscano una lettura e un approccio che superano la dimensione della singola azienda partecipante per collocarsi a livello dell’ecosistema complessivo. Ne consegue che gli strumenti tipici della Supply Chain Finance sono spesso strumenti multilaterali, che richiedono la partecipazione e il coordinamento di diversi soggetti: fornitori, clienti, finanziatori. Questa multilateralità crea problemi su molti fronti, dalla comprensione degli strumenti all’implementazione delle soluzioni, fino alla comunicazione finanziaria.(IFRS),  

Lo scopo di questo articolo è quello di inquadrare gli strumenti di Supply Chain Finance dal punto di vista delle logiche di comunicazione finanziaria sottese al framework dei principi contabili internazionali (IFRS), proponendo una lettura che va al di là degli aspetti meramente tecnici della questione. Il tema è rilevante per gli impatti potenziali che può avere dal punto di vista dei diversi soggetti implicati nelle operazioni di Supply Chain Finance. 

Nella seconda parte proporremo invece un esempio di soluzione innovativa, che permette di mantenere i benefici attesi dalla Supply Chain Finance, senza incorrere in problemi di rendicontazione e comunicazione finanziaria. 

 

  1. Debiti commerciali e finanziari

Per i principi contabili internazionali la distinzione tra debito commerciale e debito finanziario è una distinzione per natura originaria. Sono commerciali i debiti che sorgono per effetto del ciclo operativo dell’impresa e derivano quindi dall’acquisizione di merci o prestazioni utilizzate nell’economia produttiva dell’azienda. Sono finanziari i debiti che hanno per oggetto la restituzione di una somma di denaro ricevuta in prestito. Il principio IFRS9 non prevede alcuna possibilità di trasformazione dall’una all’altra specie: parlare di “riclassificazione del debito” è quindi, in realtà, inappropriato. Un debito commerciale non può trasformarsi in debito finanziario nel quadro dei principi contabili vigenti né viceversa. Il ragionamento che viene fatto per sostenere che l’obbligazione si è trasformata da commerciale a finanziaria è il seguente: 

  • c’è un debito commerciale derivante dall’attività operativa dell’azienda 
  • il debito commerciale viene ceduto dal fornitore nel contesto di un accordo tra debitore e acquirente del credito 
  • l’effetto di questo accordo può comportare l’estinzione contabile del debito commerciale e la creazione di una nuova passività finanziaria, diversa dalla precedente passività commerciale in qualche elemento sostanziale (scadenza, tasso di rendimento, garanzie a supporto, …), elemento che non può essere semplicemente la controparte dell’obbligazione

Poiché non è possibile riclassificare il debito, occorre che l’obbligazione originaria debba considerarsi estinta affinché se ne possa registrare una nuova e la nuova obbligazione deve presentare delle differenze sostanziali, che derivano dalla cornice contrattuale di cui sono parti il debitore che la riconosce nel proprio bilancio e il (nuovo) creditore. 

Ciò che dà sostanza a questa sorta di gioco delle tre tavolette è l’effettiva esistenza di queste differenze. 

 

  1. Le soluzioni di Supply Chain Finance dal punto di vista dell’IFRS9

Quando parliamo di Supply Chain Finance intendiamo approssimativamente una famiglia di tecniche e strumenti relativi alla gestione e al finanziamento di flussi commerciali, nella loro applicazione al contesto relazionale della Supply Chain. In particolare, gli strumenti più frequentemente utilizzati sono: 

  • il Reverse Factoring, vale a dire un accordo tra azienda debitrice e intermediario bancario o finanziario, finalizzato a consentire a quest’ultimo di stipulare contratti di factoring con i fornitori dell’azienda; 
  • il Confirming, cioè un accordo tra azienda debitrice e intermediario, basato su un mandato di pagamento dei debiti commerciali dell’azienda, sulla base del quale l’intermediario offre ai fornitori la possibilità di cedere i loro crediti verso l’azienda; 
  • la lettera di credito, vale a dire un contratto finanziario tra l’azienda debitrice e la banca, nell’ambito del quale la banca garantisce al fornitore l’obbligazione di pagamento dell’azienda e quest’ultima si obbliga a rimborsare la banca ad una scadenza determinata, anche diversa da quella dell’obbligazione commerciale; 
  • la carta di credito, vale a dire un contratto tra l’azienda debitrice e un emittente, nell’ambito del quale l’azienda delega l’emittente al pagamento dei suoi debiti e quest’ultima si surroga nel credito del fornitore, concedendo un termine di pagamento più lungo al debitore. 

Quello che accomuna questi strumenti, dal punto di vista del principio contabile, è l’esistenza di un autonomo accordo tra azienda debitrice e intermediario, che si sovrappone all’obbligazione commerciale e, potenzialmente, può determinare una discontinuità nell’obbligazione di pagamento, tale da giustificare una corrispondente discontinuità contabile. 

Quali sono i contenuti materiali degli accordi tra azienda debitrice e intermediario che possono essere ritenuti indicativi di una discontinuità sostanziale? La materia è, per definizione, opinabile e soggetta alla valutazione responsabile dell’azienda e del suo revisore. Le indicazioni che seguono sono, quindi, mere indicazioni di prassi, da contestualizzare volta per volta. I contenuti critici dell’accordo tra azienda debitrice e intermediario potrebbero essere: 

  • modifica dei termini di pagamento originari, per effetto della cessione dal fornitore all’intermediario 
  • modifica del rendimento atteso dal creditore, per effetto di pattuizioni che introducano o modifichino il tasso di interesse implicito connesso alla dilazione di pagamento 
  • costituzione o concessione di garanzie non previste dall’obbligazione originaria 
  • rinunce suscettibili di alterare la posizione dell’azienda debitrice nei confronti del nuovo creditore 
  • clausole di compensazione 
  • clausole di cross default e, in generale, covenant aggiuntivi rispetto all’obbligazione originale. 

In teoria, comunque, un accordo che prevedesse solo forme di collaborazione operativa tra le parti, senza alcun tipo di sanzione che si riverberi sulla posizione soggettiva dell’azienda debitrice potrebbe risultare neutro rispetto alla valutazione di discontinuità delle obbligazioni di pagamento sottostanti. 

Non è quindi impossibile ipotizzare strutture di accordo tra azienda debitrice e intermediario che non interferiscano con la continuità delle obbligazioni di pagamento dell’impresa, anche se nel clima attuale la stessa esistenza di tali accordi viene vista con sospetto. 

 

  1. Strumenti di Supply Chain Finance e obbligo di disclosure nel bilancio del debitore (IFRS7)

Com’è noto, il dibattito nella professione contabile e nelle strutture di regulation internazionale (IASB e FASB) sul tema del trattamento delle operazioni di Supply Chain Finance si è, al momento, concluso con la constatazione che non fossero necessarie ulteriori regole per interpretare correttamente questo fenomeno. Tuttavia, l’insistenza di alcuni stakeholder rilevanti ha fatto sì che i regolatori introducessero un obbligo di disclosure in bilancio su questo tipo di accordi. 

L’obbligo di disclosure è stato declinato in modo sottilmente diverso nel quadro dei due sistemi contabili internazionali, gli US GAAP e gli IFRS. Le considerazioni che seguono si riferiscono essenzialmente alle previsioni introdotte nell’IFRS7. 

Nel testo del principio contabile, l’ambito oggettivo dell’obbligo di disclosure è quello degli accordi di Supplier Financing, in cui il fornitore può ottenere un pagamento anticipato dall’intermediario finanziario o il cliente può pagare l’intermediario finanziario in una data successiva alla scadenza contrattuale dell’obbligazione. Come si vede, la definizione è di tipo fenomenologico e l’unico elemento strutturale che di fatto determina l’esistenza della fattispecie da sottoporre a disclosure è l’esistenza dell’accordo stesso tra l’entità debitrice e l’intermediario. Il principio stesso, peraltro, esce in qualche modo dalla genericità escludendo espressamente dall’obbligo di disclosure due tipologie di accordi rilevanti nell’ambito della Supply Chain Finance: 

  • le carte di credito, assimilate a semplici strumenti di pagamento 
  • le lettere di credito, assimilate a puri strumenti di garanzia. 

Può essere opportuno chiarire che l’esistenza di un accordo che abbia le caratteristiche fenomenologiche sopra ricordate implica solo l’obbligo di darne disclosure, mentre non pregiudica di per sé il trattamento contabile delle passività incluse nell’accordo, trattamento che segue le regole fissate dall’IFRS9 (e la stessa cosa vale per le tipologie di accordi espressamente esclusi dall’obbligo di disclosure). Il contenuto materiale delle informazioni disclosed deve permettere ai fruitori del bilancio di comprendere come l’azienda ha trattato queste passività e, nel caso, metterli in condizione di apprezzare gli effetti di un diverso trattamento. Questa possibilità di rielaborazione e di lettura à la carte del documento di bilancio è il fattore potenzialmente destabilizzante implicito nell’obbligo di disclosure, in quanto l’azienda che redige il bilancio si troverà davanti degli interlocutori che potrebbero avere opinioni diverse dalla sua rispetto al trattamento operato sulle specifiche obbligazioni, conducendo ad un diverso apprezzamento di alcune informazioni chiave della comunicazione finanziaria dell’azienda. 

Non rientra negli obiettivi di questo articolo discutere degli impatti che le regole contabili possono avere nel mondo reale. Può essere utile, invece, provare a riassumere in un’unica mappa il trattamento cui potrebbero essere soggetti i diversi tipi di strumenti di Supply Chain Finance, dal punto di vista degli IFRS 9 e 7. 

La mappa in questione è proposta nella figura seguente, che include anche – per contrasto – i contratti di factoring stipulati tra fornitori e intermediari al di fuori di una cornice di accordo di Reverse Factoring, comunque denominato. 

Polaris_Grafico 2-1

I box sulla sinistra danno conto delle controparti degli accordi costitutivi di ogni singola fattispecie, mentre nella 
tabella sono indicati i trattamenti attesi nell’ambito dei due principi contabili (IFRS9 = riclassificazione del debito 
sì/no; IFRS7 = disclosure in bilancio sì/no), con alcune precisazioni, necessarie per contestualizzare i potenziali 
trattamenti derivanti dall’applicazione dell’IFRS9.
È abbastanza evidente che, almeno con riguardo agli obblighi di disclosure, il regolatore abbia adottato soluzioni 
che determinano effetti fortemente asimmetrici sull’appetibilità dei diversi strumenti di Supply Chain Finance (o 
di Supplier Financing, per utilizzare la terminologia dello IASB). Di fatto, nonostante la puntigliosa attenzione ad 
evitare di nominarle, è come se le uniche soluzioni bisognose di trasparenza informativa fossero quelle di Reverse 
Factoring e Confirming, che sono certamente le più diffuse, ma non le uniche.

 

4. Considerazioni finali

Dal punto di vista degli stakeholders la cui azione ha determinato, negli ultimi anni, tanto l’irrigidimento interpretativo nell’applicazione dell’IFRS9, quanto l’introduzione di una specifica disclosure obbligatoria all’interno dell’IFRS7, la collaborazione dell’azienda debitrice con gli intermediari finanziari nel favorire il finanziamento della Supply Chain è fortemente sospetta. Sospetta per ragioni di merito, che vanno dalla potenziale alterazione del ciclo operativo dell’azienda, alla concentrazione del debito commerciale della stessa nelle mani di uno o pochi intermediari, alla vulnerabilità che può conseguirne, anche sotto il profilo della capacità di rendere stabile nel tempo un ciclo operativo fortemente basato sul supporto creditizio esterno. 

Si tratta di preoccupazioni ragionevoli, eccessive nella maggior parte dei casi concreti, ma supportate dall’evidenza di casi singoli in cui l’incepparsi del meccanismo, in genere per la riduzione o la cessazione del supporto degli intermediari finanziari coinvolti, va a determinare una crisi finanziaria irreversibile per l’impresa. 

Il nucleo fondamentale della questione, ben al di là delle tematiche tecnico contabili, è la concentrazione forzata del finanziamento di un insieme determinato di relazioni di fornitura, determinata dagli accordi tradizionali di Reverse Factoring e Confirming. La creazione di scatole chiuse ed esclusive, il cui smontaggio è un fattore critico e che genera un rischio potenziale che deve, in qualche modo, essere oggetto di apprezzamento sia da parte dell’azienda debitrice, sia da parte dei suoi stakeholders. 

Visto in questa prospettiva, lo sforzo dell’industria finanziaria dovrebbe essere finalizzato a individuare soluzioni di finanziamento della Supply Chain che riducano i rischi, anche quelli di concentrazione e di esclusività, superando i limiti degli approcci tradizionali. 

 

  1. La Supply Chain Finance nel mondo reale

Nel mondo reale delle catene di fornitura, la Supply Chain Finance è una risposta cooperativa ai lunghi cicli di produzione e commercializzazione dei beni ed alla conseguente esigenza di riequilibrio del ciclo finanziario delle industrie di produzione e trasformazione. Non si tratta dell’unico strumento disponibile allo scopo, anzi. La leva principale in mano agli operatori intermedi e finali è l’allungamento – concordato o forzoso, attraverso il ritardo di pagamento – dei termini di pagamento. Le soluzioni di Supply Chain Finance cercano invece l’equilibrio attraverso il coinvolgimento di operatori finanziari in grado (I) di fornire il surplus di capacità di credito richiesto da un ciclo finanziario più lungo e (II) di anticipare la liquidità relativa. Si tratta quindi di una strumentazione gestionale che, per essere utilizzata nel microcosmo aziendale, richiede la collaborazione tra funzioni diverse: da un lato il procurement, dall’altro il finance. L’uno in una logica di negoziazione con i fornitori/partner, l’altro come timoniere dell’equilibrio finanziario dell’azienda. 

Questa collaborazione presupposta è il primo e più concreto limite delle soluzioni di Supply Chain Finance: la cooperazione interna è spesso più difficile di quella interaziendale. 

Un ulteriore ostacolo all’adozione di soluzioni di Supply Chain Finance è costituito dal modesto livello di conoscenza delle stesse da parte dei potenziali fruitori e dalle barriere di ingresso tipiche di tutte le soluzioni che richiedono una struttura negoziale più complessa di quella 1:1. La scarsa conoscenza delle soluzioni è, a sua volta, figlia legittima della complessità dei fattori e dei driver di valutazione implicati in una soluzione di Supply Chain Finance. Proviamo a elencare i principali:  

  • facilità di impianto. Si tratta di soluzioni che coinvolgono almeno tre soggetti diversi (fornitore, cliente e operatore finanziario), che spesso richiedono una struttura contrattuale complessa e necessitano di definire equilibri economici non banali 
  • efficienza creditizia: data l’articolazione della soluzione, quante delibere creditizie su soggetti diversi si rendono necessarie e qual è la convenienza effettiva del risultato finale rispetto all’utilizzo di una linea di cassa per effettuare il pagamento? 
  • vincoli e dipendenze: quanta “dipendenza” genera la soluzione nei diversi attori? 
  • comunicazione finanziaria: che impatto ha la soluzione sulla comunicazione finanziaria verso gli stakeholder e, in particolare, che impatto ha sul debito finanziario dell’impresa? 
  • costo: la soluzione è efficiente sotto il profilo della distribuzione dei costi tra i diversi attori? 

La barriera all’ingresso è conseguenza diretta della complessità di apprezzamento e condivisione dei driver di valutazione sopra indicati. Perseguire l’impianto di una soluzione di Supply Chain Finance significa coinvolgere attori interni ed esterni in un processo di valutazione non banale. 

Vale la pena di affrontare un percorso del genere?  

Come sempre, la risposta è: dipende. Dipende dalla situazione finanziaria di ciascuna azienda, dalla struttura della sua attività e del suo ciclo di cassa, dipende dalla relazione con i fornitori e dai constraints esterni. In contesti in cui gli aspetti di sostenibilità della Supply Chain sono importanti e quindi la relazione con i fornitori strategici assume una importanza critica, la disponibilità di strumenti di Supply Chain Finance può diventare una (ulteriore) leva a disposizione delle aziende coinvolte. In altri casi la sua potenziale utilità non eccede costi e complessità di impianto. 

 

  1. Pensare out of the box: un esempio di soluzione “semplice”

Fermiamo il mondo e scendiamo un attimo. Se il problema di fondo è l’armonizzazione di ciclo attivo e passivo, è probabile che esso cesserebbe di essere tale se il credito commerciale fosse un asset liquido a disposizione dell’azienda che, a questo punto, potrebbe rivolgersi al mercato per soddisfare le sue esigenze di liquidità, senza ricorrere a strumenti complessi (o, più banalmente, al credito bancario) e bypassando elegantemente tutti i temi di rendicontazione e comunicazione finanziaria discussi in precedenza. Sfortunatamente, non è così. 

Non è così perché le fatture non sono bond, non sono una pura e incondizionata obbligazione di pagamento, il cui valore di mercato dipende dal rating del debitore e dalla scadenza dell’obbligazione, ma rappresentano un credito condizionato all’effettività della prestazione sottostante, ai rapporti tra fornitore e cliente ed è influenzato anche dal rischio creditizio associato al fornitore. 

Diventa quindi difficile pensare che i crediti commerciali possano essere negoziati su un mercato liquido. Eppure, anche i crediti commerciali a un certo punto diventano esigibili a tutti gli effetti e nulla – tranne la rispettiva convenienza delle parti – vieta di rendere semplice ciò che apparentemente è così difficile. Proviamo allora a sospendere per un attimo l’incredulità e immaginiamo che sia possibile, in un contesto di relazioni di filiera caratterizzate da una quantità significativa di interesse comune, creare un meccanismo per cui il debitore accetti di rendere negoziabile il proprio debito da parte del fornitore, una volta che abbia verificato l’effettività della prestazione sottostante. È come se il cliente dicesse: “devo pagare e non mi importa a chi”. Ecco che con otto parole abbiamo eliminato i problemi che rendono l’asset illiquido per il fornitore. A questo punto, è sufficiente creare un mercato in cui immettere questi debiti e popolarlo dei soggetti che se lo possano scambiare. 

Quello che è nato come un esperimento mentale, è oggi la descrizione di una soluzione vera, presente sul mercato, benché da poco tempo ed ancora poco conosciuta. Si tratta di Polaris-wcs®, soluzione ideata e realizzata dal Gruppo TXT (TXT:MI), quotato alla Borsa di Milano. È una soluzione aperta e digitale, in forma di marketplace attivato dall’azienda cliente (debitore), che immette sulla piattaforma il suo debito commerciale verso i fornitori da lei stessa selezionati, accettandone la negoziazione tra i fornitori stessi e gli intermediari aderenti alla piattaforma. 

Polaris-wcs® è dotata di numerose caratteristiche che la rendono più flessibile e più performante rispetto alle soluzioni tradizionali, ma l’aspetto che rileva nel contesto di questo articolo è la sua neutralità sotto il profilo della rendicontazione e comunicazione finanziaria.  

Polaris-wcs® non realizza né intermedia contratti di factoring, reverse factoring o confirming, ma si limita a permettere e gestire singole cessioni di crediti che intervengono direttamente tra fornitore e intermediario senza alcun coinvolgimento del debitore. Attraverso una architettura regolamentare centralizzata, cui aderiscono tutti gli operatori sulla piattaforma, Polaris-wcs® disciplina il funzionamento del marketplace. Non ci sono, quindi, accordi bilaterali tra azienda debitrice e intermediari finanziari che possano in alcun modo interferire con la struttura e il contenuto dell’obbligazione di pagamento dell’azienda medesima. Mancano quindi i presupposti perché si possa invocare un qualsiasi tipo di discontinuità rilevante dal punto di vista dell’IFRS9. La stessa considerazione vale sotto il profilo dell’obbligo di disclosure previsto dall’IFRS7: non c’è nessun impegno degli intermediari ad anticipare il pagamento ai fornitori, né a consentire un pagamento ritardato al cliente, che è il presupposto materiale dell’esistenza di un accordo di Supplier Financing rilevante dal punto di vista del principio contabile. 

Anche da un punto di vista sostanziale, Polaris-wcs® è un mercato aperto, cosa che rende più facile gestire i profili di concentrazione del debito che stanno alla base delle esigenze di disclosure. 

Siamo abituati a pensare che la Supply Chain Finance sia un oggetto complicato, in cui bisogna mettere d’accordo troppi attori che hanno interessi disomogenei. Polaris-wcs® propone una soluzione concettualmente semplice per armonizzare gli interessi dei diversi attori, attraverso una struttura permanente di negoziazione che però non obbliga nessuno a negoziare. Una soluzione aperta, flessibile, scalabile ed efficiente anche dal punto di vista creditizio, in quanto elimina ogni rischio diverso dall’inadempienza del debitore. Questo riduce sensibilmente le barriere all’ingresso e all’utilizzo dello strumento, in rapporto alle soluzioni tradizionali.